Damo Suzuki sul palco di Palazzo Litta: musica nel chiostro – la recensione

Così diceva (più o meno) Rocco nel finale di Milano calibro 9. E chi sono io per contraddire Rocco di Milano Calibro 9? – Una serata a Palazzo Litta.

“Tu, quando vedi uno come Damo Suzuki il cappello ti devi levare.
Il cappello ti devi levare.
Il cappello ti devi levare.
Il cappello ti devi levare.”

Siamo al cospetto di un monumento ambulante alle avanguardie rock. Uno che nei primi anni ’70, mentre i più si appiattivano sullo stile progressive di stampo inglese, lui, insieme al lungimirante Holger Czukay (recentemente asceso ai verdi pascoli del cielo) e i Can vedevano 20-30 anni più avanti. Uno che, pur con qualche soldo in meno dei budget dei Rolling Stones, è caparbiamente sempre in giro per il mondo con il suo progetto Damo Suzuki’s Network, che consiste nel suonare con formazioni diverse in ogni luogo toccato dal tour, e composte da musicisti prominenti della locale scena indie/sperimentale.

Lo scorso venerdì 13 ottobre lo abbiamo comodamente venerato nello splendido cortile di Palazzo Litta in Corso Magenta, grazie a Ponderosa Music & Art, A Buzz Supreme, Rota & Jorfida.

Insieme a Damo Suzuki sul palco: Asso Stefana (chitarre), Enrico Gabrielli (tastiere e clarinetto basso), Andrea Belfi (batteria), Giovanni Ferrario (basso). E non vi sto neppure a dire chi sono questi signori (incidentalmente, di Andrea Belfi avevamo parlato di recente).

Ecco che mi si para davanti questa ieratica figura, annegata nella luce blu, lo sguardo sempre basso. Mi viene in mente il momento in cui ascoltai per la prima volta Tago Mago ed esclamai “What the F…!”.
Voce più cavernosa di un tempo, lingua come sempre (volutamente) indecifrabile, più parlata che cantata.
Musica dissonante, aggressiva, corrosiva, astratta, cupa.

Improvvisazione almeno almeno al 90%. Il gruppo sviluppa un lunghissimo brano, cangiante come un caleidoscopio e costantemente ipertrofico, che dà spazio in abbondanza alle fantasie soniche di tutti i componenti.
Mi calo lentamente dentro una specie di “bolla” da cui non vorrei più uscire, anche se galleggia traballa e rimpalla ben al di sopra della comfort zone del mio apparato uditivo.

Ma non si viene ad una performance di Damo Suzuki’s Network per stare nella propria comfort zone, si viene per farsi trascinare un po’ più in alto e di lato.
Potrei sbagliarmi, ma è passata circa un’ora è siamo solo al primo brano. Forse unico? No, dopo un lunghissimo applauso attaccano con la seconda parte, di analoga matrice, leggermente più reminiscente di krautrock vecchia scuola, ma non meno satura di improvvisazioni collettive (“satura” è un eufemismo).

All’uscita fermo il Belfi e gli chiedo: “Senti, ma quanto c’era di preparato in quello che avete suonato?”. Risposta: “Niente. Abbiamo solo fatto il soundcheck”. “Improvvisati anche i… testi di Damo?”. Lui, sorridendo: “Si, anche quelli”.
Poi becco lui in persona, gli do la mano e gli chiedo: “Posso farti solo una domanda?” Damo: “Si certo.” Io: “Come ci si sente ad essere fonte di ispirazione di diverse generazioni di musicisti avant-qualcosa?” Lui: “Ma non sono solo, tendo a non concentrarmi mai troppo su me stesso”. Risposta prevedibile e coerente con il personaggio ad una domanda ingenua, ma l’unica che mi veniva in quel momento.

Paolo Venturini

Che vita sarebbe senza musica e... Milano. Da Milano mi ero allontanato alcuni anni, pentendomene perché mi mancava da morire, e adesso che sono tornato voglio recuperare il tempo perduto. La musica, almeno quella, me la sono portata sempre dietro. Fra le due c'è però una connessione profonda, creata dai luoghi e dalle persone, che amplifica il piacere di entrambe.
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