Fabrique Milano, storia di un luogo che fa volare e il live degli Yo La Tengo

Fabrique Milano, storia di un luogo che fa volare e il live degli Yo La Tengo recensito dal nostro Appaul che ci introduce a due simbolo della musica indie.

Nel mito del rock di stampo, “indie”, quello non contraffatto da esecrande pratiche commerciali, in una delle venue più hype di Milano.

La nostra mappatura dei templi milanesi della musica è arrivata al capitolo Fabrique, in occasione di uno dei concerti più attesi della stagione, quello degli Yo La Tengo (da qui in poi per brevità: YLT).

Il Fabrique di via Fantoli – adiacenze Mecenate, praticamente di fronte alle ex officine aereonautiche Caproni – è uno spazio di cospicua metratura progettato dagli architetti Daniele e Roberto Beretta e pensato come luogo polivalente dell’intrattenimento. Dotato di un generoso palcoscenico e di una platea configurabile, è adatto ad ospitare concerti di artisti già affermati, per i quali la dimensione club sarebbe insufficiente e un palazzetto dello sport sarebbe quantomeno disfunzionale. Un po’ sulla scia di Rolling Stone (R.I.P.), Alcatraz Magazzini Generali, ma con un’acustica più curata di questi ultimi.
È positivo osservare il numero crescente di gestori che investono, più che in passato, su impianto audio e trattamento acustico, e quindi sulla qualità dell’ascolto. Che FA la differenza. Soprattutto quando si esibiscono musicisti dalle alchimie sonore curate e particolari come quelle degli YLT, con quella loro impronta finto-low-fi-radical-chic attentamente studiata e calibrata.

Gli YLT tornano a Milano per la prima volta dal 2013, quando presentarono l’album “Fade”; il concerto di oggi al Fabrique è l’unica data Italiana del tour 2017-2018, che proseguirà in altri paesi europei prima di tornare in USA a fine Maggio.
Mi dicono che avrà la ragguardevole durata di 2 ore e mezza, il che lascerebbe presupporre una scaletta antologica rappresentativa della lunga e onorata carriera degli YLT; ma sarà veramente così?

Dire che gli YLT sono “un” gruppo di indie rock è come dire che Picasso era “un” pittore del  ‘900. Cioè, non è che l’informazione sia inesatta, è solo un po’… incompleta. E non si può pensare di sintetizzare tutto il loro CV in un concerto solo, benché lungo.

Gli YLT rappresentano per critica e pubblico unanimi la quintessenza dell’indie rock – anzi, un sub-sub-genere tutto loro dell’indie rock, difficile da declinare senza ricorrere al plagio – e l’archetipo della band che si è fatta da sola, che ha lentamente evoluto il proprio stile (dagli esordi discografici a metà anni ’80) senza tradire le proprie origini, e che pare dire: siamo gente semplice di provincia, facciamo una musica sufficientemente sofisticata anche per la gente di città, a noi piace ma se a voi no ce ne faremo una ragione.

In realtà, quella musicata e cantata dagli YLT, è una provincia dalle molte sfaccettature, filmata con l’effetto notte, e piuttosto lontana dagli stilemi del folk americano. Come si evince anche dal loro arsenale sonoro che, oltre ad una collezione di chitarre degna di un museo, comprende come sempre organetti a transistor, rythm machine vintage, caldi amplificatori a valvole ed effetti dell’era psichedelica, coretti reminiscenti di doo-wop e British invasion, percussioni ipnotiche e quasi sussurrate.

La prima parte di questo live set è effettivamente molto sbilanciata sul lato soft, predominano pezzi lenti facenti uso di un ampio spettro di strumentazione, sia acustica sia elettrica, per rendere le varie sfumature di quel mood malinconico e sospeso che è il marchio di fabbrica degli YLT.

Ed è apprezzabile il fatto che suonino solo loro 3 – Ira, Georgia e James – ruotando sui vari strumenti, senza ricorrere a musicisti aggiunti per far scena o per arricchire ulteriormente il suono.

Divertente l’intermezzo di Ira Kaplan il quale, nel ringraziare il pubblico per la partecipazione aggiunge “avrei preferito avervi più vicini”, riferendosi all’ampio corridoio transennato riservato ai fotografi che separa il palco dal pubblico (come dire: non siamo mica Lady Gaga). E dopo qualche brano, per rimarcare il suo dissenso su tale layout, si prende la libertà di scendere dal palco e farsi una passeggiatina vicino ai suoi fans.

La seconda parte del concerto è decisamente più up-tempo, aggressiva, distorta, e giocata prevalentemente sul classico trio elettrificato chitarra-basso-batteria.
Mentre Georgia Hubley e James McNew srotolano i loro tappeti ritmici inconfondibilmente statici e pulsanti, come moduli di una trama ripetuta all’infinito, Ira Kaplan si diverte alla presa con schitarrate distorte e ultra-riverberate, spesso monocordi e al limite del genere shoegaze. Fino a infierire sul suo strumento in maniera ostinata e non particolarmente… creativa.
Ora, queste cose si vedevano ai tempi di esordio degli Who, e allora potevano avere un senso legato al contesto socio-culturale dell’epoca, oggi magari un po’ meno.

In tutto ciò, mi accorgo che la mancanza in scaletta di brani del periodo fine ’90 – inizio ’00, in cui gli YLT avevano raggiunto un equilibrio perfetto tra soffici ballate e derive acide, lascia un certo vuoto. D’altra parte – mi dico – quando si viene ad un concerto bisogna accettare le scelte dell’artista. Come quando si compra un uovo di pasqua si dà per scontato il cioccolato, ma la sorpresa è a discrezione del pasticcere.

E due sorpresine graditissime ci vengono riservate dal bis: un brano dei Kinks (la band dei fratelli Davies nella swinging London degli anni 60) e uno di Sandy Denny (la compianta cantante degli ingleserrimi Fairport Convention). Ecco svelati alcune fonti ispiratrici del genere Yo La Tengo.

Concerto iniziato alle 21.15, finito alle 24.00, intervallo e bis compresi. Promessa mantenuta.
All’uscita, alcuni ragazzi mi chiedono indicazioni per la metropolitana (“siete fortunati – gli dico – la linea 4 sarà completata fra soli tre anni e passerà qui vicino :-D”) spiegandomi di essere venuti da fuori regione appositamente per il concerto. Eccerto, gli YLT valgono assolutamente una trasferta, e anche il rischio di rimanere a piedi!

Se ve li siete persi al Fabrique però vi avverto: per le prossime date dovrete andare fino a Parigi o Bruxelles, o Seattle se preferite.

Per le foto si ringrazia FedericaCicuttini.com

Paolo Venturini

Che vita sarebbe senza musica e... Milano. Da Milano mi ero allontanato alcuni anni, pentendomene perché mi mancava da morire, e adesso che sono tornato voglio recuperare il tempo perduto. La musica, almeno quella, me la sono portata sempre dietro. Fra le due c'è però una connessione profonda, creata dai luoghi e dalle persone, che amplifica il piacere di entrambe.
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