Buone ragioni per non perdere Klimt ed il suo Mito a Palazzo Reale

Domenica di sole, di milanesi nei parchi, di code fuori dalle gelaterie, ma uno è stato l’appuntamento che cittadini meneghini e non, non si sono voluti perdere, e l’hanno dimostrato mettendosi pazientemente in fila fuori dal cortile di Palazzo Reale.

Erano in tantissimi nel primo weekend di apertura di “Klimt. Dalle origini al mito, la mostra antologica che fino al 13 luglio racconta il percorso personale e formativo del maestro viennese, padre della Secessione Austriaca.

Erano in tantissimi perché Klimt a Milano è un evento, è un nome, ma è ancora qualcosa di più.

Milanoincontemporanea ha avuto la fortuna di essere stata invitata dal Comune di Milano-Cultura, Palazzo Reale, 24 ORE Cultura – Gruppo 24 ORE e Arthemisia Group alla vernice del grande evento curato da Alfred Weidinger, studioso di Klimt e vice direttore del Belvedere il quale ha portato a Milano, dopo un lavoro di oltre 2 anni, quasi 20 dipinti eccezionali dalla Galleria Belvedere di Vienna (soprattutto) d’accordo con la studiosa Eva di Stefano. Ma non solo.

Avendo goduto con i nostri occhi ed orecchi della mostra, anche noi abbiamo pensato a una serie di validi motivi per non perderla. Ve li elenchiamo così.

1. IL FREGIO da solo vale il viaggio. Non è quello originale di Vienna, diciamolo subito, ma è la più grande copia-oggetto di studio del medesimo che ancora si trova “nascosto” poco distante dal cuore della capitale austriaca.

2. Il FREGIO E’ VICINO. Non solo il fregio con l’Inno alla Gioia riproduce fedelmente gli ambienti del Palazzo della Secessione per cui venne creato – e per fortuna doveva essere un’opera temporanea. Il fregio è stato collocato su pareti non troppo in alto rispetto al visitatore. Il che significa vedere ogni singolo dettaglio, ogni lamina d’oro, smalto, disegno che riproduce in tutto e per tutto l’originale vi-ci-nis-si-mo, anziché a sei metri d’altezza.

3. LE OPERE GIOVANILI. I ritratti dei numerosi fratelli, le prove su bronzo, i soldi, le fotografie. Tutto in questa mostra parla di Klimt e tutto prende le mosse dall’arte figurativa classica.

4. LA TECNICA. In un’epoca come la nostra fatta di avvocati ed esperti di comunicazione e dove mancano artigiani, fabbri e orafi, l’abilità artigianale, la tecnica, il “saper fare” (le cosiddette “arti applicate”) di Gustav Klimt diventano il cuore attorno a cui nasce, cresce, si sviluppano la sua arte, diramandosi nello spazio e nel tempo al punto da diventare forte quanto le spirali dei suoi “Fuochi Fatui” o le elio-incisioni dei grandi affreschi dell’Università  oggi andati perduti.

5. IL POTERE FEMMINILE. Klimt amava le donne, e non solo per la sua sana passione per il gentil sesso, le modelle, le belle dame. Le donne di Klimt diventano figure eteree, Salomè psichedeliche, dame dall’incarnato e bracciali che si possono toccare, Eva (con il proprio Adamo) che, anche quando nude, sanno raccontare la moda del tempo – e la mostra abbraccia il periodo compreso tra gli anni ’90 del 1800 e arriva al primo Ventennio del 1900, per lo più.
Le donne di Klimt e della sua Compagnia sono figure magiche, impercettibili o patchwork di colori, sono altere figure come una pianta di girasole puntellata di lamine d’oro tra il verde del bosco.

6. Il prezzo del biglietto e la proposta Art Nouveau del bookshop sono una buona idea regalo in vista della Festa del Papà e della primavera.

7… armatevi di pazienza e mettetevi in coda. Klimt è all’origini, ed il mito è solo all’inizio.

Waiting for #Klimtmi: le origini di un mito ed un Fregio a Palazzo Reale

Oggi vi invitiamo ad un esperimento – potrete cominciare da domani. Andate su iTunes o dove preferite. Scaricate la Nona Sinfonia di Beethoven – quella del famoso “Inno alla Gioia”. Anzi, fate meglio: optate per “L’anelito alla felicità” che si scontra con le “Forze ostili” e trionfa con “l’Inno alla gioia”.
Quindi, prendete la strada verso Palazzo Reale. Inforcatevi le cuffiette – o altenatele all’audioguida – e perdetevi nel Fregio di Klimt eccezionalmente ricreato a Milano per la gioia e la fortuna di coloro che passeranno dall’istituzione milanese da oggi (per la stampa – e noi stasera vi “Twitteremo” le immagini in anteprima – per tutti da domani).

Sarà lui, la sua rappresentazione del Cosmo femminile, insieme ad altri 20 capolavori del maestro della Secessione Viennese ad essere protagonisti della mostra: “Klimt: le origini di un mito”.

Terminato l’Autunno Americano ed aspettando le vacanze estive, durante le quali ci hanno garantito che l’offerta culturale sarà comunque ricca e divertente per chi resterà in città, Milano torna a fare un salto a Vienna (avevamo visto un’anteprima, più contenuta, più “disegnata” ma ugualmente speciale allo Spazio Oberdan qualche anno fa).

Non sarà l’originale: questa è una copia realizzata durante il lavoro di restauro compiuto negli anni 1970-’80 ma “così perfetta” – dice il curatore Alfred Weidinger, vice direttore del Museo Belvedere di Vienna – che anche io posso confondermi“.


E’ un’opera fragilissima, tuttora bisognosa di restauro: per vederla è necessario prenotarsi e ci sono tempi d’attesa lunghissimi” – continua, ma non ci si sarebbe dovuti aspettare niente di diverso, “Anche nelle intenzioni di Klimt, del resto, il Fregio non era nato per durare: doveva restare esposto per soli tre mesi e poi venire distrutto, ma il collezionista Carl Reinighaus lo acquistò“, ricorda correttamente Repubblica.it.

Non sarà il basement del Palazzo Viennese dove e per il quale venne creato nel 1902 – bisognerà andare a Vienna per godere l’originale – e vi assicuriamo che lo spettacolo vale il viaggio – ma Milano, Palazzo Reale e 24Ore Cultura centrano un altro colpo nella primavera dell’arte e negli appuntamenti culturali da Red Carpet italiano.

Perdonate: ma se non è questa la grande bellezza…

La parola a Gorgoni, Geni, al Cavaliere Dorato e al gigante Tifeo.

Alla Fondazione Feltrinelli va in scena la controcultura americana

Mentre a Palazzo Reale continua l’Autunno Americano di Pollock e Warhol, la Fondazione Giangiacomo Feltrinelli ha organizzato una rassegna sulla controcultura americana degli anni Sessanta.

Lunedì 18 novembre lo spazio di Via Gian Domenico Romagnosi, 3 ha inaugurato la mostra L’estetica della nuova frontiera americana. Da Allen Ginsberg a Woodstock curata dal Professor Bruno Cartosio. Dalla Beat Generation continua a leggere Alla Fondazione Feltrinelli va in scena la controcultura americana

Da Warhola a Warhol: il genio del Pop è tornato a Milano (guida alla mostra di Palazzo Reale)

L’ennesima mostra di e su “Andy Warhol“: perché andarci? Innanzitutto perché Andy Warhol da grande avrebbe voluto fare il ballerino di tip-tap – ma gli riusciva meglio illustrare, dissacrare le icone e regalare l’eternità ad una serie di capolavori ed esperimenti che pensava sarebbero stati effimeri e momentanei. E per fortuna si sbagliava.

Poi perché è Autunno, e in quello Americano celebrato da Milano, dopo aver fatto un salto da Pollock e alla sua Scuola Americana, non si può proprio mancare al muto dialogo della sua voce contrapposta.

Perché in questo finire di ottobre, un po’ di zucca ed una fetta di American Pie ci stanno proprio bene (California Bakery docet) e legano, una volta di più e a dispetto di Halloween, la New York degli anni Cinquanta che tanto sta andando di moda a Milano con la Milano sempre più contemporanea.

Insomma, Warhol in questa mostra c’è tutto e calza a pennello con la Milano fashionista, artistica quanto basta per darsi un tono – anche se di appassionati ed intenditori, nel sottobosco della nostra metropoli, ancora qualcuno ce n’è.

Si parte dal Warhola illustratore  (Andrew all’anagrafe si chiamava proprio così). Si parte dagli esordi con le illustrazioni per le campagne pubblicitarie, le vetrine, la morte di James Dean ed il ritratto della signora dagli occhi viola. Liz.

Il Warhol di mezzo con le scarpette colorate è un tributo al buon gusto e all’eccentricità di quegli anni Cinquanta.

Si passa al Warhol che guarda con soddisfazione alle icone del contemporaneo,  dove i “very famous” sono la zuppa Campbell’s e i bidoni di Brillo che hanno ben più di 5 minuti di popolarità e che, solo per questo, sono popolari quanto la Monnalisa, la Marilyn “sparata” da una delle sue modelle e modelline nella Factory. Altro che “Grande Fratello”…

 

 

 

In un percorso diacronico che abbraccia 30 anni di produzione ed oltre 160 opere della Brant Foundation, il curatore Francesco Bonomi ha riassunto e raccontato l’intera produzione di Andy Warhol come se ci trovassimo a casa dell’imprenditore-mecenate-amico di Andy, Peter Brant, ed il susseguirsi delle fasi e delle sperimentazioni dell’artista, arrivato per ultimo ma comunque padre della Pop Art.

 

Così contemporaneo da essere in trend anche con la sua serie dei Camouflage degli anni ’80.

Così milanese da aver esposto, per l’ultima volta prima della sua morte stupidissima, per un’anestesia sbagliata durante un intervento chirurgico di routine, un‘Ultima Cena con Gesù e Apostoli in infradito, dissacrante ma comunque ossequiosa nei confronti del genio di Leonardo Da Vinci, proprio in quel Palazzo delle Stelline così vicine al Cenacolo vinciano (era il 1987).

C’è il tema della morte e dell’eterntà della vita. L’uomo che morì due volte è raccontato nella serie delle Electric Chairs (1964) e dei fiori, delle Marilyn e dei Mao, importanti nei loro giochi di cromie e rossetti solo per la popolarità del soggetto. Le Oxidations con l’urina, le Ladies and Gentlemen dissacranti, allestite vicine alle toilette – non a caso. E poi i Dollar Bills, i Basquiat, gli autoritratti in cima alla porta nell’infilata di stanze che riprende l’allestimento di “casa Brant” e che celebra il genio del Warhol amico e divertito padrino di Basquiat….

 

 

… fotografo dei grandi nomi dell’arte, dello spettacolo, della cultura degli anni ’50-’60-’70, da Valentino a Diana Ross più sbiancata di Michael Jackson, Mick Jagger, Arnold Schwarzenegger, Silvester Stallone e Warhol stesso, in versione en travestì. C’è anche un giovanissimo Peter Brant, c’è pure suo padre, Murray Brant, che Mr Brant si ferma a fotografare in un pausa dalle lunghe interviste rivoltegli nel corso dell’inaugurazione perché…. perchè è semplicemente il suo papà.

Negli anni ’60-’70 Brant era vicino a Warhol. Lui, figlio di un imprenditore della carta del Connecticut, comincia a investire nell’acquisto di opere d’arte contemporanee con la disapprovazione del papà, patito di Rococò. Il grande mercante e collezionista Leo Castelli lo introduce ai “degenerati” contemporanei americani. Acquista le prime opere – in mostra -; diventa l’editore di Interview, il magazine fondato da Warhol nel 1969. Si reca direttamente nello studio e poi alla Factory dell’artista per comprare le opere. Nella sua casa e poi Foundation quegli anni si respirano e sono ancora vibranti.

A Milano restituiscono quel sapore al piano nobile di Palazzo Reale. Lo faranno fino al 9 marzo 2014. Pronti a scoprirla? Allora accendete la radio su Heroin dei Velvet Underground, e partite.